Rinaldo e Armida nel giardino incantato

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Il dipinto  fa parte delle dieci tele monumentali, rappresentanti gli episodi salienti della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso (1544-1595), che il pittore napoletano, Paolo Finoglio, eseguì per il Castello di Conversano (BA), destinate al grande salone della famiglia Acquaviva.
Ad unire le casate Acquaviva e Aragona, fu il conte Giangirolamo II, detto il “Guercio di Puglia”  a causa di un difetto fisico ad un occhio; considerato un uomo malvagio e brutale, per questo da molti temuto.
La scelta di commissionargli per il salone del castello, le storie a soggetto profano tratte dalla “Gerusalemme Liberata”, ambivano a celebrare la casata degli Acquaviva d’Aragona. I capostipiti della discendenza, venivano idealizzati e miticizzati come martiri della fede, in riferimento alle vicende dei normanni crociati e all’eroico combattimento nel quale trovò la morte l’antenato Giulio Antonio, comandante del corpo di spedizione che aveva liberato Otranto dai Turchi nel 1480.
Il ciclo pittorico, è un’eccezionale perla, un unicum così completo e aderente al profondo carattere del poema tassesco, del quale pochi scrittori però parlano. Il programma figurativo di Finoglio si concentra su due aspetti, le armi e gli amori, dei nobili cavalieri cristiani.

La storia narra di Armida, giovane e bella maga, inviata dallo zio Idraone, mago e Re di Damasco, e dal demonio, nel campo nemico cristiano, per ottenere la vittoria attraverso la magia. Armida sedusse tutti i più valorosi campioni, con la sua bellezza e le sue arti, convincendo Goffredo di Buglione, capo dei condottieri cristiani, con il suo discorso menzognero, presentandosi come profuga e bisognosa d’aiuto. Per lei, i condottieri dimenticarono la santa impresa, seguendola nel suo castello sul Mar Morto, dove li trasformò in animali e mostri, inviandoli prigionieri al Re d’Egitto. Il principe cristiano Rinaldo, valoroso combattente, riuscì a liberare i suoi compagni, determinando così il desiderio di vendetta e di odio, da parte della maga. Armida lo attirò nell’isola incantata con il desiderio di ucciderlo, facendolo cadere vittima di un sonno incantato, ma ecco che avvenne un cambiamento. Armida inginocchiata davanti a lui, contemplò il suo viso e se ne innamorò. Le arti magiche vennero usate per creare un’isola lontana e fantastica, detta “Isola Fortunata”, dove costruì un castello, cinto da un giardino incantato, per poter vivere felice con Rinaldo, immersi nella natura. Armida riuscì a legare Rinaldo con lacci magici di gigli e rose, sul proprio carro e con l’aiuto di un’ancella lo trasportò in alto attraverso il cielo. Così la maga, da seduttrice si trasformò in amante, ma il suo idillio era destinato a rompersi presto. Due combattenti cristiani, Carlo e Ubaldo, inviati alla ricerca dell’amico, arrivarono nel giardino fatato dell’Isola Fortunata, nel bel mezzo dell’Oceano, e dopo aver oltrepassato le ninfe al bagno, che opposero resistenza, arrivarono nei pressi di un laghetto, dove all’ombra degli alberi osservarono i due amanti. I due cavalieri riuscirono a far ravvedere Rinaldo, facendolo specchiare nel loro scudo, risvegliando così la sua natura di cavaliere cristiano. Nessuna preghiera, nessun pianto o magia riuscì a trattenerlo, Armida lo inseguì, implorandolo fino alla spiaggia di rimanere, ma lo vide partire su una nave, insieme ai suoi compagni, lasciandola a straziarsi per amore. I due amanti si rincontrano in una foresta, mentre Armida si dava alla fuga, sconfitti ormai gli Egiziani in battaglia, e tentava di darsi alla morte. Rinaldo la inseguì, riuscendo a fermarla, e solo in quel momento le confessò tutta la sua dedizione per lei.

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Finoglio, nella tela rappresenta uno dei momenti più ripresi nelle figurazioni del poema, il momento in cui gli amanti, vengono scoperti nel giardino incantato. L’autore vi impone una visione personale, prendendosi ampia libertà iconografica. La scena è ambientata in una campagna aperta, un bosco, dove nello sfondo si distinguono strutture architettoniche, rocce e il corso di un ruscello, il tutto sotto un cielo pieno di nuvole burrascose. Non ci troviamo all’interno del giardino incantato, racchiuso nel palazzo circolare che descrive Tasso. Non ci sono molteplici specie di fiori, né il laghetto, né porte con luci d’oro, ma solo alberi comuni e un terreno spoglio. La fedeltà al poema tassesco, si riscontra invece nel motivo del “doppio specchiarsi”, Armida ha davanti a sé uno specchio, nel quale vede riflessa la propria immagine, mentre Rinaldo si specchia negli occhi di Armida, cosicché ognuno scorge l’amore nel riflesso della propria immagine. L’unione sembra sottolineata dalle loro mani, che entrambe reggono lo stesso specchio. Fedelmente a quanto narrato dai versi, Rinaldo è raffigurato sul grembo di Armida, con il capo riverso sul suo petto, entrambi presi dalla contemplazione, come in estasi. Il manto d’Armida, rosso fiammeggiante, è un riferimento all’amore ardente, che risalta subito sull’abito bruno-dorato. Finoglio dipinge l’incarnato di Armida, delicatamente ambrato, e lo colora di improvvise vampate di rossore. A sinistra al contempo, dietro un tronco d’albero, si intravedono i due cavalieri cristiani, serrati nelle loro armature, con tanto di pennacchi, sorpresi nell’atto di spiare gli amanti. La loro è una corrispondenza scenica di sguardi e gesti; uno fa segno all’altro di rimanere in silenzio, per non  farsi sorprendere dalla maga, e l’altro sembra arrestarsi, eseguendo l’ordine. Lo scorcio della loro posizione è ben serrata, li mantiene in disparte, ma perfettamente nel campo visivo.

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Dobbiamo pensare che l’episodio di Rinaldo e Armida, l’episodio si prestava alla possibilità di rappresentare le diverse sfaccettature dell’amore, e anche alla diffusione dei miti ovidiani.
Finoglio attinse al repertorio iconografico precedente, partendo dal dipinto del 1601 circa, di Annibale Carracci,  oggi a Capodimonte, del quale però rifiuta sia la posa statuaria, classica, che il gesto di Armida, di intrecciarsi le chiome. Finoglio parte da questa composizione strutturale, molto simile, ma dà maggiore risalto al paesaggio e al sentimento della sua protagonista; non una donna maliziosa e sorridente, come quella di Carracci, ma una donna paonazza d’amore.

Una composizione particolare e innovativa, è senz’altro quella di Mattia Preti, altro precedente iconografico, dove i due amanti non sono più giacenti a terra, ma in piedi. L’eroe pone una mano sul seno di Armida, mentre le porge delle rose, diventando parte attiva della scena. Armida non è più rivolta verso lo specchio, a riflettersi, ma pone la mano sul braccio dell’eroe, richiamando più all’iconografia del matrimonio, che a quella della subordinazione del fascino dell’amata che lo ha sedotto. L’elemento più innovativo, è sicuramente il riflesso di Rinaldo, nello specchio retto da un putto, che sia anticipa la fine della vicenda, quando egli si specchierà nello scudo dei cavalieri, liberandosi dall’incantesimo, e sia fa riferimento all’immagine alterata che si riflette. Il volto riflesso, assomiglia sia a Rinaldo che ad Armida. È, dunque, un riferimento all’immagine alterata che vede di sé Rinaldo, come se l’artista volesse suggerirgli di cominciare a ritrovare la propria identità. Lo specchio non è qui semplice attributo iconografico di Armida, ma è uno strumento di presa di coscienza, nonostante non sia più al centro della composizione, ma al lato marginale del dipinto.

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Anche il giovanissimo Francesco Hayez, a soli 22 anni, raffigurò l’episodio sotto la supervisione del Canova, a inizi dell’Ottocento. I due amanti, sono immersi in un fantastico paesaggio naturale, che richiama ai giardini inglesi, ricco di numerose specie di piante. Sullo sfondo, anche il laghetto che cita il Tasso, attorno al quale si affaccia, da dietro un albero, solo uno dei due cavalieri crociati. Al centro della composizione, l’attenzione viene catturata dall’armatura di Rinaldo, appesa ad un albero, come a voler sottolineare l’abbandono dei suoi compiti per altre passioni. I due amanti, sensuali ed erotici, sono rappresentati seminudi, con i profili dei corpi uniti, come a completarsi. In questa scena, la passione prende il sopravvento, e il motivo dello specchio e dell’inganno, passano in un piano del tutto marginale. L’immagine, dà l’idea di un idillio che non verrà interrotto, come invece suggerivano le tradizionali iconografie passate.

Tra tutte queste riprese, quella del Finoglio, resta sempre la più scenica e teatrale. Il pittore napoletano rimane fra tutti un autentico regista. Padrone dei suoi strumenti, mette in scena, impeccabili scorci e forme plastiche. Con il suo senso del monumentale e della pennellata morbida a tutto colore, riesce a dar vita alle sue composizioni. Fantasioso, ingegnoso, abile conoscitore del suo tempo e del gusto del suo pubblico, ci ha aperto il sipario di una delle più mirabili scenografie che l’ambiente napoletano e pugliese abbiano mai avuto.

ArteDettaglio

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