L’Automatismo psichico libero e surrealista di Joan Mirò

Joan Mirò nel 1919 si trasferì a Parigi da Barcellona. La Parigi di quegl’anni ospitava le maggiori avanguardie del momento: il Dadaismo di Breton, Tzara, Picabia, Duchamp, Man Ray, Max Ernst stava ormai perdendo la sua influenza e le proprie ispirazioni a causa delle continue liti all’interno del gruppo. L’anno successivo nasce la Dada Messe (esposizione dadaista) che inizia a segnare un po’ il declino del movimento, così Breton decide nel ’22 di chiudere “Litterature“: la rivista che si occupava della divulgazione delle idee dadaiste. Questo periodo viene chiamato dai critici la “Fase Flou” che indica la fine del dadaismo e immediatamente dopo l’inizio del Surrealismo ad opera dello stesso Breton , il quale fonda nel ’24 la “Revolùtion Surrealiste” che raccoglie tutta l’eredità di Litterature, con l’interesse per la psicoanalisi e lo scardinamento della logica tradizionale, per l’inconscio, per gli scenari da sogno di stampo metafisico-dechirichiano.

Il Surrealismo, formalmente, può essere diviso in due categorie di rappresentazioni: una che segue un realismo illusionistico che presenta scenari tratti dai sogni e dalle fotografie dipinte, che viene seguito da Dalì, Tanguy, Magritte; l’altra sfumatura del Surrealismo è quella dell’automatismo psichico pure e libero (così come lo intendeva Breton!) che presenta una spontaneità di forme e di tecniche, che proviene dalla logica e dalle linee di Klee e di Kandiskij, un surrealismo più astratto che ritroviamo nelle opere di Masson, con le sue pitture di sabbia, e di Mirò con le sue iconografie infantili e inconsce.

Mirò quando arriva a Parigi stringe una forte amicizia con Masson che lo porta a sperimentare nuove tecniche di pittura che saranno utili per la rappresentazione della “Fattoria” poi acquistata da Ernest Hemingway.

Qui ci troviamo di fronte alle prime associazioni poetiche e casuali tra oggetti senza alcuna relazione tra di loro, in questo consiste la genialità di Mirò: associare elementi e trovare una giusta correlazione tra di loro senza che in realtà tali oggetti abbiano una relazione. Nelle sue opere si alternano icone, rebus e semplici analogie tra immagini e parole, sviluppando un’iconografia infantile, basata su simboli che hanno a che fare con il proprio vissuto: il gallo che rappresenta la fuga, il sole è per lui il sesso femminile, tutti elementi che ritroviamo  ne “ Il carnevale di Arlecchino”  che segna proprio l’apertura a un mondo di esseri fantastici, che fluttuano in questo spazio chiuso, privo di gravità.

Le Pitture da sogno realizzate a partire dal ’25 sembrano popolate da creature appartenenti ad un mondo primordiale al di là del visibile: si arriva quindi a un’esplosione di figure immaginarie su sfondi colorati, o appena segnati da un orizzonte, dove piedi, occhi e membra sono ingigantiti e ricomposti in esseri bizzarri, vicini a schemi infantili o primitivi.

Di fronte ad una libertà così assoluta Breton mostra tanta ammirazione e dirà che “in Mirò c’è soltanto un desiderio, cioè quello di abbandonarsi per dipingere facendosi trasportare da quel pure automatismo di cui anche io sono tanto rapito”.

Joan Mirò nacque il 20 Aprile del 1893 ed è stato uno degli artisti più magici che il secolo scorso ci ha donato, le sue tele portano lo spettatore ad alienarsi completamente dal presente e a proiettarsi allo stesso tempo nei suoi scenari da sogno, privi di spazio e  di tempo, come se fosse catapultato in una fiaba, che diventa immediatamente una storia individuale, “la propria fiaba”, che tutti da bambini hanno sognato almeno una volta di vivere.

Personaggi con stelle, 1933, Chicago, The Art Institute 

Ritratto di una ballerina (Ballerina spagnola), 1928, Parigi, Centre Pompidou

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