Luisa Casati la musa che voleva essere un’opera d’arte vivente

I primi anni del Novecento sono stati un periodo frenetico, di forte espansione economica e culturale. Nelle grandi città la classe aristocratica viveva la Belle époque tra piaceri, lusso e feste mondane. In quell’epoca a Milano fra i privilegiati c’è la famiglia Amman, fondatrice dell’Associazione Cotoniera Italiana, che permette all’industria milanese di concorrere con Parigi nell’ambito della moda. Per il prezioso contributo dato, Alberto Amman riceve dal re Umberto I il titolo di conte. La sua primogenita Luisa, nata nel 1881, con la morte improvvisa di entrambi i genitori diventa da adolescente l’ereditiera più ricca d’Italia. Alta, spigolosa, snella, dagli occhi magnetici e il trucco trasgressivo, cresciuta nella noia e nell’agio più totale, tra una partita di tennis e una di equitazione, Luisa Amman diventa ben presto un personaggio eccentrico e caratteristico del tempo. La sua natura stravagante la fa differenziare rispetto a tutte le altre coetanee, già in giovane età, conquistando il titolo di “Femmes Fatales” tra le nobildonne più affascinanti del secolo. Con una visione lungimirante, molto moderna per l’epoca, si taglia i capelli, facendosi la frangia e una tinta a strisce nere, rosse e arancioni, del tutto inusuale per i canoni di bellezza del momento. A soli diciannove anni è già sposa del marchese Casati Stampa e madre di una bambina, Cristina, la sua unica figlia.

I primi vent’anni del Novecento la vedono assoluta protagonista nell’Italia del Nord. L’amore per l’eccesso e l’eccentricità caratterizzano tutta la vita della “Divina Marchesa” e rafforzano il suo ruolo di musa ispiratrice. Durante una battuta di caccia sul Lago Maggiore, passatempo prediletto dal marito, Gabriele D’annunzio la incrocia nel suo cammino e rimane “sbalordito” alla visione di questa “giovane amazzone sottile” dallo sguardo inquieto, capace di domare un cavallo imbizzarrito. La Casati senza alcun problema rompe la convenzione sociale dell’epoca in cui solo gli uomini erano soliti avere delle amanti e, inizia ad avere una e più relazioni extra coniugali, legandosi magneticamente al Vate. Con D’Annunzio condivideva molte passioni, dall’arte, al teatro, alla letteratura, alla vita mondana. Lui la appella Corè come la dea degli Inferi, lei Ariel, lo spirito della Tempesta di Shakespeare. I due amanti, fino alla fine, formano un connubio perfetto di eccesso e trasgressione.

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La musa ispiratrice di inizio Novecento, che voleva essere un’opera d’arte vivente inizia la sua trasformazione, lavorando sulla sua immagine e su ciò che la circonda. I capelli si fanno sempre più corti e di un rosso fuoco, i gioielli più stravaganti diventano immancabili, gli abiti sono o bianchi o neri –altra convenzione che per prima rompe, in un momento in cui il nero era adoperato soltanto per il lutto-.

Conta per lei solo come apparire: la prima, la stravagante, l’unica donna. Usciva di casa accompagnata da serpenti intorno al collo, come fossero un accessorio mondano. Ghepardi e pantere la seguivano al guinzaglio, rigorosamente fatto di diamanti, code di pavone come un cappello, tutto era utilizzato per lanciare una moda e per sbalordire.

Decise di trasformare la vita stessa in un’opera d’arte.

La vita è per lei travestimento e quale città più adatta se non Venezia?! Nella città lagunare acquista il settecentesco palazzo Venier dei Leoni (successivamente acquistato da Peggy Guggenheim) che trasforma in sede di estrose ed indimenticabili feste a cui partecipano artisti e nobili da tutta Europa. Usa Piazza San Marco come sala da ballo personale, girando nuda, accompagnata solo da animali e servitori ricoperti di polvere d’oro, che reggono lumi per illuminarle il cammino. Un’intera piazza cittadina utilizzata per contenere il suo ego.    

La lista degli artisti che frequenta è immensa, molti la chiameranno per ritrarla, altri diventeranno i suoi amanti, per alcuni sarà una semplice ossessione. Amica di Filippo Marinetti viene considerata “la più futurista del mondo”, frequenta anche Balla, Depero e dà vita ad una collezione d’arte molto cospicua per l’epoca. Commissiona a Giovanni Boldini un proprio ritratto, la Casati è inconfondibile, con il suo sguardo magnetico, il look da nobildonna eccentrica e il levriero nero come accompagnatore. Boldini ferma sulla tela –visibile nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma– tutto il suo fascino seducente, innamorandosene perdutamente. Man Ray, immortala il suo sguardo, ma Luisa non riesce a stare ferma, e in tutti gli scatti vengono fuori tre occhi. Queste, diventano le fotografie più famose.

Tra tutti gli artisti che la ritraggono nessuno però riesce a raccontare la sua anima, cosa si nascondesse dietro il trucco, gli abiti e la maschera. La Divina Marchesa rimase per tutti inafferrabile.

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