Lo sguardo sul mondo di Luigi Ghirri

Luigi Ghirri nasce nel 1943, in un paesino in provincia di Reggio Emilia. Inizia ad appassionarsi alla fotografia negli anni ’70, fino a farla diventare un modo per avere nuovi occhi con cui guardare il mondo. Intendere la vita come uno dei viaggi più belli che un uomo possa fare: è questo quello che traspare dalle immagini che ferma nel tempo per sempre. Influenzato sin da giovane dalle pellicole di Fellini, Antonioni o Zavattini, tenta di ampliare la propria visione della prospettiva fotografica per guardare dentro, ma soprattutto, oltre le cose. Per Ghirri la fotografia diventa l’unico mezzo di comunicazione che riesca ad esprimere al meglio il proprio modo di intendere le cose del mondo. Come egli stesso ha dichiarato:

“La mia ricerca è la grande avventura dello sguardo e del pensiero. Il viaggio dell’inestricabile geroglifico del reale attraverso carte e mappe che contemporaneamente sono fotografie”

Agli esordi, negli anni ’70, realizza le prime fotografie durante le vacanze estive etichettandole Fotografie del periodo iniziale  in cui è già possibile percepire il seme dei lavori successivi. A parte l’occasione di pochi viaggi in Europa, nella maggior parte dei casi Ghirri viene rapito dalla periferia, dal mondo che lo circonda e che fa parte della sua quotidianità; anche l’assoluta fermezza di voler ritrarre a colori e non in bianco e nero;

“Fotografo a colori perchè il mondo reale non è in bianco e nero”, Ipse dixit.

cerviaMolto interessato alla superficie, la pelle del nucleo del mondo; seguono infatti svariati progetti, come per esempio Colazione sull’erba, un lavoro che si concentra sul rapporto tra natura e artificio attraverso uno sguardo ai giardini condominiali e alle villette unifamiliari della periferia; nel 1973 con la serie Atlante finalmente realizza il suo “viaggio immaginario” tra le pareti di casa, con questo lavoro attraverso l’astrazione della fotografia,le pagine dell’Atlante offrono a chi le guarda la possibilità di addentrarsi in un mondo fantastico: il reale e la sua rappresentazione convenzionale in questo frangente sembrano coincidere, entra in gioco un fattore importante, la fantasia.

L’interesse per il paesaggio, negli anni, cresce sempre di più: indaga i luoghi meno conosciuti della nostra penisola, quelli che sono fuori dalle piste del turismo convenzionale, questo sentimento sembra quasi suggerire la ricerca di una vera identità, sia personale che collettiva. Fotografa margini delle città antiche, paesi senza dignità storica e geografica. Dagli anni ’80 in poi si lascia ispirare completamente da un sentimento che lo spinge a ricercare vedute che diano un vero valore alle proprie immagini, ma soprattutto che facciano riflettere che le osserva. La sua indagine sul paesaggio si fonda con quello per l’architettura; lo studio della luce e del colore diventano elementi sostanziali, che in un certo senso insieme alle inquadrature simmetriche costituiscono la firma insostituibile dell’artista.

“La luce per me è tutto. Attraverso il mio lavoro ho scoperto che esiste comunque un momento particolare in cui attraverso la luce finisce per rivelarsi sulla superficie del mondo anche qualcosa di apparentemente invisibile”

I suoi Viaggi in Italia ebbero molto successo; seguirono svariate personali non solo nel bel Paese ma anche all’estero. Con il passare degli anni il focus della sua ricerca passa dall’indagine sul mondo esteriore a quello interiore. Nasce un nuovo tipo di “viaggio”, quello all’interno della propria esperienza esistenziale. In questa occasione partorisce Paesaggio Italiano, una monografia pubblicata in occasione della mostra tenuta a Reggio Emilia, portata poi a Mantova e all’estero. Ghirri, quindi, si interessa alle assonanze tra il paesaggio esterno e quello interno, visto come luogo dell’interiorità, sostenendo “Questo lavoro sul paesaggio italiano riguarda più la percezione di un luogo che non la sua catalogazione o descrizione, come una geografia sentimentale dove gli itinerari non sono segnati o precisi, ma ubbidiscono agli strani grovigli del vedere”. 

imagesLe sue inquadrature ricordano quelle dei film di Wes Anderson, concepite dall’occhio attento di Ghirri prima che lo stesso Wes Anderson diventasse Wes Anderson. La sua fotografia resterà per sempre testimonianza viva di quell’Italia degli anni ’80, dove tutto sembrava essere così malinconico, a tratti bello e nostalgico, perchè è vero che la bellezza sta nelle cose ordinarie, in questo caso nei luoghi comuni o scontanti; basta solo saperle guardare con gli occhi giusti, occhi capaci di trovare le angolazioni che si incastrano perfettamente a quelle che ognuno di noi ricerca dentro se stesso.

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