« Perchè non vieni Martina mia? »

Regina dei salotti milanesi, lei, sposata al conte Umberto Marzotto. Pittore comunista siciliano, lui. Una coppia già di per se scandalosa e chiacchierata. Quella che si accese tra Marta Marzotto e Renato Guttuso fu una passione folle, un amour fou incandescente, dirompente, incontrollabile.

Il 1967 è l’anno del loro incontro: pochi mesi dopo la nascita di Vittorio, il primo figlio della contessa. Si sfiorarono a una festa. “Sono una sua grande ammiratrice”, “Dal prossimo minuto diventerò suo grande ammiratore anch’io”. Lei bellissima, una “nuvola bionda” con un portamento da modella e il sorriso della felicità. Lui taciturno, misterioso e con lo sguardo profondo. Marta divenne subito la sua musa prediletta e dal secondo incontro, qualche anno dopo nello studio dell’artista a Roma, bastò poco per far scattare un’attrazione fatale. Lui le diede un bacio, lei tremava dall’euforia. Guttuso era un romantico siciliano che scriveva tanto trasformando ogni momento in poesia. Le mandava lunghe lettere in cui apriva il suo cuore, raccontandole ogni brivido e ogni emozione provata stando insieme a lei. Era insistente e capace di scriverle “Ti amo” venti volte al giorno. Come tutte le donne, si sentiva lusingata e si teneva stretta un amore del genere.

“Il mio pensiero non ti lascia perché io vivo del pensiero di te, sono avvolto in una dolce nuvola d’oro che si chiama Marta e fuori da questa nuvola mi sento solo e sperduto”

Una passione semi-clandestina durata vent’anni.  

Marta e Renato.jpg

Entrambi erano, infatti, sposati. Mentre il conte Marzotto non dava peso alla relazione dei due, la moglie di Guttuso, Mimise, soffriva terribilmente. Tutti sapevano ma nessuno ribatteva. Nei momenti di assenza, quando Marta faceva la moglie e la madre, Guttuso la immaginava, la desiderava nei suoi disegni e tra le sue righe. La Marzotto è la musa di molti quadri, è la donna bionda svestita dal viso coperto. Lei ha sempre sostenuto di non aver posato mai per nessuno, né nuda né vestita. Quei disegni dunque sono immaginazione e ricordo dell’artista che esorcizzava con l’arte e col pennello la sua immensa nostalgia.

Marta era una donna libera, un vulcano sempre attivo. Intraprese una terza relazione con un altro comunista, l’intellettuale Lucio Magri, l’uomo dalla bellezza mozzafiato. Guttuso ne soffriva, ritraendo il “nemico” nei suoi dipinti come un orango. I due abitavano anche a due passi, provenivano dallo stesso partito, si contendevano al stessa donna. Anche la loro relazione durò a lungo, dieci anni e Renato non poteva fare a meno di mostrare il suo dissenso e la sua gelosia. image.jpg
Una gelosia feroce che trasformò in furor creativo, come i migliori artisti. Nelle lettere la chiamava Martina, alla sua amata musa, e spesso terminavano ironicamente in una preghiera: “Ave o Martina, liberaci dal Magri, amen”. Per tutta risposta Marta Marzotto, la donna libera e anticonformista, rispondeva: Si può amare contemporaneamente, a patto di essere fedelissimi nei sentimenti”.

Poi arriva il 1986. Renato Guttuso dopo la morte di Mimise, si chiude in se stesso e si ammala. Muore a Palazzo del Grillo, blindato nella sua dimora romana, ma prima scrive ancora delle lettere disperate e malinconiche. La destinataria è sempre la sua Martina, “libellula d’oro dove sei?”. Marta viene esclusa dal letto di morte di Guttuso. Non le è permesso entrare, e a Renato non è permesso chiamarla. Si aprono qui pagine di un giallo e di una guerra tra le due famiglie durata anni. Lo scandalo diventa irrefrenabile e la dignità regale porta la richiesta di divorzio di Umberto Marzotto. Allo stesso tempo anche Lucio Magri teme di essere buttato nel calderone dello scandalo e così scappa via.

Marta viene lasciata sola dai suoi più grandi amori, “vedova tre volte”.

   

 

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