OGGETTI TROVATI. Dalla traccia alla voce

OGGETTI MIGRANTI: dalla traccia alla voce è un progetto in mostra dal 22 Marzo al 10 Aprile 2017 al MLAC-museo laboratorio di Arte Contemporanea, Sapienza Università di Roma, ingresso gratuito. L’iniziativa ricorda l’ultimo intervento di Giuseppe Basile, volto alla realizzazione del Museo delle Migrazioni a Lampedusa; la mostra presenta il primo nucleo delle oggetti appartenuti ai migranti che sono stati ritrovati sull’isola. In contemporanea alla mostra si terranno anche una serie di appuntamenti dedicati al cinema, all’arte contemporanea rivolti ad aprire un dialogo con il pubblico; dal comunicato stampa (leggibile sul sito del museo) si apprende che “la mostra si pone l’obiettivo di aprire un luogo in cui si possa conoscere questa realtà, che troppo spesso viene nascosta o dimenticata, per dare luce alla storia individuale che ogni oggetto porta con sè, per individuare la voce che si cela dietro la traccia e far emergere il suo valore rispetto alla storia collettiva.”

 

La mostra è a cura di Barbara D’Ambrosio e Costanza Meli, con la collaborazione di AMM-Archivio delle memorie migranti. All’opening della mostra sarà presenta anche il Sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini, inoltre verrà proiettato To whom it may concern , film del regista Zakaria Mohammed Ali e la peformance Il registro  del registra Marco Amenta. Seguiranno la rassegna del cinema migrante Il cinema come traccia di memoria (29 Marzo), due laboratori di autonarrazione a cura dell’Archivio delle memorie migranti (1 e 3 Aprile) , una tavola rotonda su Un patrimonio migrante. Studio, conservazione e tutela di una memoria viva e attuale (10  Aprile).

Ecco a voi il link del comunicato stampa ufficile:

Comunicato_oggetti-migranti-dalla-traccia-alla-voce

 

 

 

1. Agendina, dal Museo delle Migrazioni di Lampedusa. Foto BCRS - Biblioteca Centrale delle Regione Siciliana.jpg

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Le tre età di Klimt

La sensazione di vivere sull’orlo dell’abisso era tangibile in quella Vienna della fine dell’ottocento: un angolo di mondo in cui vi erano le correnti che costituivano l’Europa centrale d’allora, delle mille etnie, delle oltre venti lingue ufficiali o meno, delle religioni disparate e parallele, il mondo della psicanalisi di Sigmund Freud, delle contraddizioni perenni. Il mondo viennese che passa nei salotti più sofisticati della città, dove si incontrano i socialdemocratici e pure gli intellettuali e gli artisti, da Mahler a Strauss, a Gustav Klimt.

Gustav Klimt (Vienna 1862-1918), figlio di un orafo e incisore e di una cantante lirica, indubbiamente figlio d’arte. Klimt artista dall’animo sensibile, dalla soave sensualità che traspare dai suoi dipinti. Nel 1902 realizza per il palazzo della Secessione un fregio di ventiquattro metri ispirato alla Nona Sinfonia di Beethoven che evoca il tema allegorico della vittoria dell’arte sulle avversità. Klimt che a un gusto Art Nouveu per la decorazione unisce l’interesse per una rappresentazione fortemente simbolica, con richiami anche ai preraffaelliti e alla pittura di Gustave Moreau; lavora con colori scintillanti, quali oro, argento, materiali propri delle arti applicate.

Agli inzi del ‘900 cade in un periodo di crisi artistica e psicologica che lo porta ad un rinnovamento del suo linguaggio,d’ora in poi aperto principalmente alle possibilità espressive del colore, come si può vedere dal suo capolavoro Le tre età, 1905, oggi ne La Galleria Nazionale a Roma. Il dinamismo e i contrasti cromatici dei dipinti di questo periodo denunciano una chiara anticipazione delle correnti espressioniste e il rapporto con i due maggiori esponenti austriaci del movimento, Egon Schiele e Oskar Kokoschka. 

imagesLe tre età è sicuramente il dipinto più noto di Gustav Klimt (insieme a Il Bacio); opera della piena maturità dell’artista fu presentata nel 1911 all’Esposizione Internazionale di Belle Arti di Roma, dove vinse la medaglia d’oro e fu acquistata dallo Stato italiano (oggi Galleria Nazionale, Roma). Prendendo spunto dalla culturale dell’Art Nouveau, Gustav Klimt mostra di preferire uno stile lineare e fortemente decorativo, all’interno di una pittura sensuale e ricercata. I soggetti delle sue opere si arricchiscono di valenze simboliche e notazioni realistiche che scandalizzarono la sensibilità dei suoi contemporanei. I cicli della natura, la vita, l’invecchiamento, la morte e i suoi misteri furono i tempi più cari all’artista, che non cessò mai di esplorarli nella sua pittura.

Il dipinto si presenta assai evocativo nelle immagini: raffigura le tre età della donna, simboleggiate dai corpi nudi di una bambina, di una giovane donna e di una vecchia. Su uno sfondo piatto, composto da motivi floreali e ornamentali, si staglia la figura di una giovane madre, con gli occhi chiusi e il volto rivolto verso lo spettatore. Ha la carnagione chiara, le guance lievemente arrossate e lunghi capelli biondi. Un stoffa leggera e colorata avvolge i due giovani corpi, esili ma eleganti, definiti da leggerissimi contorni. A questa immagine leggera e delicata va a contrapporsi quella della rappresentazione cruda e realistica del corpo della donna anziana, di profilo. L’anziana signora raffigura la terza età e nasconde il volto con la mano in segno di disperazione; ha i capelli grigi e ondulati, il corpo flaccido, il ventre gonfio, le mani rugose e la pelle opaca: rappresenta con naturalismo la vecchiaia. Il dipinto stabilisce un confronto immediato e violento tra la freschezza della pelle della giovane e quella della donna anziana, avvizzita e segnata dalle offese del tempo. Lo spazio, in accordo con gli ideali formale dell’Art Nouveau, è bidimensionale. senza alcun riferimento alla tridimensionalità. Lo sfondo del dipinto, decorato con motivi ornamentali di piccole dimensioni, ripetitivi e di colore intenso, ricorda la tecnica del mosaico, molto utilizzata dagli artisti della Secessione. Predominano le tonalità accese, mentre l’inserimento dell’oro porta la scena al di fuori della realtà, in un contesto del tutto astratto, in un’atmosfera sacra e fantastica: la dimensione stessa dell’artista.

Le tre età è una delle pochissime opere di Klimt presenti in Italia.

Come sosteneva Giulio Carlo Argan ne L’arte moderna, volume V, in Storia dell’arte classica e italiana, 1980: 

<<Gustav Klimt è un artista estremamente colto e sensibile, raffinato fino alla morbosità…Si direbbe consapevole della lenta, ineluttabile decadenza della società di cui si sente il cantore: la società del vecchio impero austrungarico, che ormai conserva soltanto il ricordo dell’originario prestigio di istituto teocratico.  Klimt sente profondamente il fascino di questo tramonto storico; associa l’idea dell’arte, e del bello, a quella della decadenza, del dissolvimento del tutto, del precario sopravvivere della forma alla fine della sostanza. Il suo pensiero va all’arte bizantina, splendida ed esangue, in cui si riflette un analogo processo storico: il declino di un impero teocratico, la sopravvivenza della forma estetica alla morte storica. In una profusione, di ornati simbolici, ma del cui significato s’è perduta anche la memoria, sviluppa i ritmi melodici di un linearismo che finisce sempre per ritornare al punto di partenza e chiudersi su se stesso, e li accompagna con le malinconiche armonie dei suoi colori spenti, con bagliori d’oro, d’argento, di smalto. Vivendo con estrema sensibilità quella situazione tipicamente austriaca Klimt tocca quasi senza volerlo il punto nevralgico di una situazione ben più vasta, europea: l’arte è il prodotto di una civiltà ormai estinta, nella nuova civiltà industriale non può sopravvivere che come ombra o ricordo di se stessa.>>

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Marina e Ulay un amore spinto oltre ogni limite

 

È in Olanda, ad Amsterdam, che la giovane Marina Abramovìc negli anni ’70 si rifugia scappando dalla Jugoslavia e dal regime di Tito. È già un’artista e in questa terra esplora la performance, oltre i limiti del corpo e della natura, trasformando se stessa in un’opera d’arte. Nel 1976 il destino le pone davanti Ulay, un artista tedesco geniale e stravagante, con il quale a prima vesta scatta un’intesa devastante non solo artistica ma soprattutto amorosa. Marina lo colpisce per la sua energia positiva, Ulay colpisce lei per la sua unicità, come quella barba e quei capelli lunghi che portava soltanto da un lato del viso.

Anime complementari, destinate a trovarsi e non lasciarsi mai: ecco come vivono i primi anni insieme. Il loro amore generava forza creativa, gli artisti eseguono performance estreme si fanno chiamare The Other. Diventano sempre più conosciuti al pubblico e il loro amore resiste al limite estremo a cui si sottopongono. Vivono come nomadi in giro per il mondo su di un camper, si fissano nudi uno davanti all’altro all’ingresso di una galleria d’arte di Bologna, legano i loro capelli in un unico dread e respirano la stessa aria fino a finire l’ossigeno e svenire. In ogni azione compiuta, Marina e Ulay si sono sempre appoggiati, hanno agito all’unisono rimanendo anche immobili e legati per un giorno intero. Conoscevano benissimo l’anima e il corpo l’uno dell’altro, sembravano essere quasi una cosa sola. Non è difficile immaginare come questo amore vissuto oltre ogni limite si sia consumato.

“Tutti pensavano a noi come una coppia perfetta, in realtà lui non era per niente soddisfatto.
Più miglioravano le nostre performance, più peggiorava la nostra relazione in privato. In seguito i suoi interessi iniziarono ad essere diversi dai miei, lui voleva godersi la vita, beveva e si drogava. Poi diventò infedele e questo mi fece soffrire molto.”

Quando la coppia ha capito di aver raggiunto il massimo e di non aver più nulla da poter vivere insieme è il 1988. Dopo dodici anni di legame indissolubile, vissuto per l’arte e in pubblico, non resta che chiudere il sipario con un finale adeguato. La stravagante coppia sceglie la muraglia cinese ed un’ultima performance per dirsi addio: The Lovers.  Partiti da lati opposti trascorrono 2.500 chilometri per incontrarsi finalmente nel centro, dopo tre mesi di cammino, abbracciarsi e dirsi addio. Arrivati l’uno difronte all’altra Ulay confessa a Marina di aver incontrato durante il viaggio un’interprete e di essere il padre di suo figlio. Sembra tutto surreale, da copione di un film, invece sembra essere il finale tragi-comico perfetto per due che hanno vissuto di performance. Marina trattiene a stento le lacrime, ma è una donna forte e determinata, gira le spalle dicendo soltanto « io me ne vado » separandosi definitivamente dal suo compagno di vita e da tutto ciò che è stato. La loro storia è finita come era iniziata, in un battito di ciglia.

« Non avevo mai avuto un rapporto con una donna che arrivasse a quel grado di simbiosi.
E dopo dodici anni non ne potevamo più. »

Nei successivi vent’anni Ulay si è sposato con l’interprete, Marina ha scelto il suo lavoro diventando sempre più popolare, la madre e la regina delle performance. Hanno vissuto vite meravigliose, separati, senza mai più incontrarsi. Nessun ripensamento da quel fatidico momento in Cina.

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« Siamo stati monogami fino ad un certo punto, quando la solidità di quell’ideologia iniziò a crollare, a disgregarsi. »

Siamo nel 2010 e al MoMa di New York l’Abramovìc inaugura una nuova performance, The Artist is present. Bellissima e maestosa Marina siede al centro della sala, con un lungo abito rosso. Difronte a lei un piccolo tavolo ed una sedia su cui, per 60 secondi, uno alla volta gli spettatori possono sedersi e osservarla negli occhi. Da questa performance entrambi ne usciranno diversi. Si susseguono davanti a lei persone e storie diverse. Ognuno ha una reazione : qualcuno è imbarazzato, qualcun altro solo curioso, chi imperterrito ride, chi piange. E poi dalla folla arriva  lui, Ulay. Elegante ed invecchiato, visibilmente provato ed emozionato. Si siede davanti a Marina, la quale dopo aver aperto gli occhi non riesce a nascondere la sorpresa. Come un turbine di emozioni, un fiume in piena, si apre un sorriso sul viso di entrambi e lacrime di affetto e commozione. Ulay con il quale non si vedevano da 30 anni, è seduto proprio davanti a lei. Si prendono per mano e con un solo sguardo si dicono tutto quello che non si sono mai detti in tutti questi anni. Un amore coinvolgente, un affetto profondo, che non si può dimenticare.

« Perchè non vieni Martina mia? »

Regina dei salotti milanesi, lei, sposata al conte Umberto Marzotto. Pittore comunista siciliano, lui. Una coppia già di per se scandalosa e chiacchierata. Quella che si accese tra Marta Marzotto e Renato Guttuso fu una passione folle, un amour fou incandescente, dirompente, incontrollabile.

Il 1967 è l’anno del loro incontro: pochi mesi dopo la nascita di Vittorio, il primo figlio della contessa. Si sfiorarono a una festa. “Sono una sua grande ammiratrice”, “Dal prossimo minuto diventerò suo grande ammiratore anch’io”. Lei bellissima, una “nuvola bionda” con un portamento da modella e il sorriso della felicità. Lui taciturno, misterioso e con lo sguardo profondo. Marta divenne subito la sua musa prediletta e dal secondo incontro, qualche anno dopo nello studio dell’artista a Roma, bastò poco per far scattare un’attrazione fatale. Lui le diede un bacio, lei tremava dall’euforia. Guttuso era un romantico siciliano che scriveva tanto trasformando ogni momento in poesia. Le mandava lunghe lettere in cui apriva il suo cuore, raccontandole ogni brivido e ogni emozione provata stando insieme a lei. Era insistente e capace di scriverle “Ti amo” venti volte al giorno. Come tutte le donne, si sentiva lusingata e si teneva stretta un amore del genere.

“Il mio pensiero non ti lascia perché io vivo del pensiero di te, sono avvolto in una dolce nuvola d’oro che si chiama Marta e fuori da questa nuvola mi sento solo e sperduto”

Una passione semi-clandestina durata vent’anni.  

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Entrambi erano, infatti, sposati. Mentre il conte Marzotto non dava peso alla relazione dei due, la moglie di Guttuso, Mimise, soffriva terribilmente. Tutti sapevano ma nessuno ribatteva. Nei momenti di assenza, quando Marta faceva la moglie e la madre, Guttuso la immaginava, la desiderava nei suoi disegni e tra le sue righe. La Marzotto è la musa di molti quadri, è la donna bionda svestita dal viso coperto. Lei ha sempre sostenuto di non aver posato mai per nessuno, né nuda né vestita. Quei disegni dunque sono immaginazione e ricordo dell’artista che esorcizzava con l’arte e col pennello la sua immensa nostalgia.

Marta era una donna libera, un vulcano sempre attivo. Intraprese una terza relazione con un altro comunista, l’intellettuale Lucio Magri, l’uomo dalla bellezza mozzafiato. Guttuso ne soffriva, ritraendo il “nemico” nei suoi dipinti come un orango. I due abitavano anche a due passi, provenivano dallo stesso partito, si contendevano al stessa donna. Anche la loro relazione durò a lungo, dieci anni e Renato non poteva fare a meno di mostrare il suo dissenso e la sua gelosia. image.jpg
Una gelosia feroce che trasformò in furor creativo, come i migliori artisti. Nelle lettere la chiamava Martina, alla sua amata musa, e spesso terminavano ironicamente in una preghiera: “Ave o Martina, liberaci dal Magri, amen”. Per tutta risposta Marta Marzotto, la donna libera e anticonformista, rispondeva: Si può amare contemporaneamente, a patto di essere fedelissimi nei sentimenti”.

Poi arriva il 1986. Renato Guttuso dopo la morte di Mimise, si chiude in se stesso e si ammala. Muore a Palazzo del Grillo, blindato nella sua dimora romana, ma prima scrive ancora delle lettere disperate e malinconiche. La destinataria è sempre la sua Martina, “libellula d’oro dove sei?”. Marta viene esclusa dal letto di morte di Guttuso. Non le è permesso entrare, e a Renato non è permesso chiamarla. Si aprono qui pagine di un giallo e di una guerra tra le due famiglie durata anni. Lo scandalo diventa irrefrenabile e la dignità regale porta la richiesta di divorzio di Umberto Marzotto. Allo stesso tempo anche Lucio Magri teme di essere buttato nel calderone dello scandalo e così scappa via.

Marta viene lasciata sola dai suoi più grandi amori, “vedova tre volte”.

   

 

I Medici – Giovanni di Bicci, il capostipite

Da dove inizia la fortuna della famiglia più famosa di Firenze, i Medici, e chi erano cosa facevano?! Come ogni impero bisogna risalire al vertice, al suo capostipite. Quello dei Medici si chiama Giovanni di Averardo, conosciuto da tutti come Giovanni di Bicci (Firenze, 1360 – 1429).

La fortuna della famiglia si deve sicuramente all’ascesa sociale di questo uomo che, partendo dall’eredità del padre mercante, riuscì ad inserirsi nell’attività dello zio Vieri a Roma imparando il mestiere di banchiere e a conquistarsi una propria autonomia diventando responsabile della filiale di Firenze. In questo modo venne piantato il seme della fortuna finanziaria dei Medici, nei pressi di Orsanmichele, cuore della città, diventando i banchieri più ricchi e influenti d’Italia.

giovanni de Bicci.jpegGiovanni de’ Medici sposò nel 1386 Piccarda Bueri (Verona, XIV sec.- Firenze, 1433) ottenendo in dote un’ingente ricchezza che gli permise di consolidare il suo successo economico. Si dice che Giovanni ebbe dal cielo tutte le fortune trovando in Piccarda una moglie degna che gli diede tutti eredi maschi: Antonio e Damiano, morti in tenerissima età, Lorenzo soprannominato l’Antico e Cosimo passato alla storia come Cosimo il Vecchio Padre della patria.

La famiglia si costruì un nobile palazzo in via Larga, nei pressi del Duomo, con le pareti affrescate. Era uno dei primissimi. Giovanni fu il primo della famiglia ad amare l’arte, promuovendo opere architettoniche importanti come lo Spedale degli Innocenti e la facciata della Basilica di San Lorenzo, ma non lo fece come un mecenate bensì unicamente per amore di Firenze.

La strategia politica e sociale di Giovanni de Bicci prevedeva di utilizzare un aspetto molto calmo, di professare la democrazia e l’interesse per il popolo fiorentino, senza mettersi troppo in mostra e senza manifestare interesse per alcuna carica politica. Il suo intento era mostrarsi come una spalla, un appoggio solido e di fiducia, sia nei confronti del popolo che nei confronti degli esponenti politici ed ecclesiastici. Quando scoppiò la peste nera nel 1417 aiutò con le proprie finanze gli ammalati e la Signoria, per il solo amore della sua città.

In questo modo le cariche e gli onori pubblici venivano spontaneamente ed egli non poteva fare a meno di accettarli. Fece un’ingente fortuna ma di gran lunga fu ben visto da tutti, amato come un paladino, consolidando il nome dei Medici alla fama eterna.

 Fu il tronco, il vertice, il ceppo principale di una delle discendenze più rilevanti dell’Italia intera. Da lui si diramano le due casate fiorentine che guidarono Firenze: i “Signori” del Quattrocento e i “Granduchi” del Cinquecento.

PicassoImages: il mito e il personaggio

Dal 13 ottobre 2016  al 19 febbraio 2017 – Roma, ARA PACIS

Il museo classico dell’Ara Pacis si trasforma nel “camerino” di Pablo Picasso con circa duecento fotografie provenienti direttamente dal Musée National Picasso di Parigi.

Picasso oltre ad essere un grande artista fu senz’altro un personaggio che alimentò attorno a sé un’aura di fascino e spettacolarità. Le feste alle quali non mancava mai, le belle donne, le interminabili relazioni anche con giovanissime lo resero così celebre in tutta Parigi e non solo. La sua vita privata affascinava quanto le sue opere d’arte.

La mostra all’Ara Pacis, attesissima a Roma, accende i riflettori sull’essenza di Pablo come forte attrattore, un uomo capace di affascinare ogni persona che gli capitasse davanti. Le fotografie diventano una testimonianza determinante per comprendere il suo lavoro e la sua personalità e nel tempo hanno umanizzato e ravvicinato il grande artista al pubblico.

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la tavolozza di Picasso

Inizialmente lo strumento fotografico viene considerato da Picasso come un mezzo per indagare sulla realtà con altri occhi e altri punti di vista. Le prime immagini diventano dunque una sorta di schizzi preparatori che fanno da ausilio alla sua opera.

Una volta presa la mano e la confidenza, Pablo chiede ai fotografi più intimi di utilizzare la macchina per documentare la sua opera. In questo modo egli poteva vedere dall’esterno tutte le fase della creazione, la nascita e lo sviluppo della sua arte. Ad avere questa possibilità furono soltanto la sua amata Dora Maarfotografa surrealista che immortalò utte le fasi di creazione di Guernica– e Brassaï con il quale nacque una collaborazione tra le più vivaci del Novecento.

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Picasso e il suo amico Brassai

Non dimentichiamoci che nel Novecento la fotografia e la stampa esplodono tra il pubblico di massa e le opere d’arte contemporanea e i suoi artisti finiscono in prima pagina. I pittori sono trasformati in personaggi pubblici, mostrati in tutta la loro stravaganza, forte personalità e vita particolare.

Brassaï fotografa il palmo della mano di Pablo Picasso accompagnandolo da una didascalia:

“Nessuno può negare che Picasso sia un artista fortunato, cioè ben riuscito, per la sua originalità e per la sua genialità..”

Era il secondo dopoguerra e il pittore era famoso non solo a Parigi ma anche e soprattutto in Italia, presenziando su ogni rotocalco. La rivista “Oggi” nel 1948 lo definiva “Il settantenne toro di Malaga, che si gode fama e quattrini” immortalandolo al mare su un pattino.  Robert Capa –reporter americano- lo immortala su “Il Tempo” insieme alla compagna Francoise Gilot e il loro piccolo Claude sulle spiagge per i borghesi di Antibes. La famiglia Picasso e le sue amanti erano un ottimo spunto per i pettegolezzi. Il servizio fotografico di Capa lo rese famoso all’Italia, mostrando il pittore comunista come un borghese che si godeva la vita tra amici, cene, giochi con il figlio e belle donne.

Tony Vaccaro, fotografo italo-americano, racconta di Picasso come un uomo costantemente in posa, eccitato, come un modello. Solo nel momento in cui Vaccaro gli fece credere di aver posato la macchina fotografica, solo allora, riuscì a catturare la sua vera essenza ottenendo un ritratto naturale di Picasso dall’espressione profonda e incerta.

Sono passati alla storia e sono oggi in mostra all’Ara Pacis i ritratti domestici ed intimi di Pablo, che lo vedono vestito alla marinaia come un uomo che amava la vita, la serie fotografica sulle sculture, ritratte in ogni angolazione e nel dettaglio e, infine, le immagini catturate durante le feste, gli eventi organizzati spesso in suo onore alle quali elegantissimo non mancava mai, circondato da amici, familiari e personaggi della politica.   Picasso con “Les Femmes à Leur Toilette”.jpg

Henri Cartier-Bresson, Lucien Clergue, David Douglas Duncan, Edward Quinn e Robert Doisneauper i vari magazine francesi ed italiani, negli anni cinquanta, lo immortalarono ininterrottamente nutrendo la figura del grande artista del secolo e circondandolo di un’aura leggendaria. La mostra PicassoImages all’Ara Pacis ci permette di approfondire questo genio del Novecento, osservarlo da vicino ed entrare nella sua vita quotidiana.

L’amore che nessuno avrebbe mai cancellato

Un ramo di mandorlo in fiore, è questo il dono che Vincent Van Gogh ha pensato per la nascita di suo nipote. Il momento era speciale, il piccolo porta proprio il suo nome Vincent Willem. Suo fratello Theo -al quale era legatissimo- gli aveva fatto proprio un bel regalo.

Quella mattina del 1890 il freddo non voleva proprio scomparire, Van Gogh si trovava nella casa del suo dottore quando decise di strappargli dal giardino quel ramo di mandorlo fiorito. Un solo ramo che custodì gelosamente durante il tragitto per tornare a casa, nella tasca del suo cappotto di lana, proteggendolo con una mano per non far perdere neanche un petalo.  Il primo pensiero una volta arrivato, fu quello di poggiarlo in un bicchiere di vetro e iniziare a dipingerlo.

Ripeté il soggetto un’infinità di volte cercando di rendere eterna quella bellezza. Si sà che le cose belle durano sempre troppo poco. In quel freddo inverno quel mandorlo rappresentava il primo accenno di primavera. Significava l’arrivo della stagione più attesa, la speranza, il calore, la schiarita. Proprio ciò che significava la nascita del piccolo Vincent.

Vincent Willem Van Gogh

Pensò subito a lui, a disegnare una tela dolcissima, ispirata dai colori caldi e dai pastelli. L’azzurro profondo, il bianco candido, la luce morbida, le sfumature dei boccioli rosa. Si ispira senz’altro alle stampe giapponesi conosciute a Parigi. Nel Sud della Provenza, dove si trovava, dipingere all’aperto e osservare il paesaggio lo ispirava molto. La bellezza lo tranquillizzava, la natura lo faceva stare meglio.

Era l’umanità che lo aveva deluso, la cattiveria e l’incompatibilità degli uomini. Ma non tutti, c’era suo fratello Theo l’unico che lo amava profondamente e adesso suo figlio, a cui si sentiva legato già prima di conoscerlo.

“Ho iniziato subito una tela per il figlio di Theo, da appendere nella loro camera da letto, una tela azzurro cielo, sulla quale si stagliano grandi fiori di mandorlo bianchi.”

La tela è l’ultima opera serena di Van Gogh. Suo nipote nasce il 31 gennaio del 1890, a luglio Vincent morirà. Quella nascita ha significato speranza. A quei rami di mandorlo ha legato tutto il suo amore, i desideri di un futuro felice, di una famiglia sempre più unita. Augura serenità per se stesso e per il suo nipotino. Ma Van Gogh si sente fragile e delicato proprio come quei boccioli, inizia a crollare a poco a poco. La malattia prende il sopravvento, egli non trova affatto pace. Si trova lontano da quella famiglia, dai suoi affetti unici e cari. Si sente solo e incompreso.

“Il ramo di mandorlo è, forse, il dipinto migliore che ho fatto, quello a cui ho lavorato con più pazienza e con più calma

Il Ramo di mandorlo in fiore racchiude tutto l’amore puro e felice che Van Gogh ha provato in una breve parentesi di felicità. Conserva tutta la sua illusione, l’irraggiungibile serenità e l’amore forte di uno zio per il proprio nipote, che nessuno avrebbe mai cancellato. 

al bambino piace guardare i quadri dello zio Vincent e sembra affascinato dal ramo di mandorlo in fiore, appeso sopra il suo lettino“.