Le tre età di Klimt

La sensazione di vivere sull’orlo dell’abisso era tangibile in quella Vienna della fine dell’ottocento: un angolo di mondo in cui vi erano le correnti che costituivano l’Europa centrale d’allora, delle mille etnie, delle oltre venti lingue ufficiali o meno, delle religioni disparate e parallele, il mondo della psicanalisi di Sigmund Freud, delle contraddizioni perenni. Il mondo viennese che passa nei salotti più sofisticati della città, dove si incontrano i socialdemocratici e pure gli intellettuali e gli artisti, da Mahler a Strauss, a Gustav Klimt.

Gustav Klimt (Vienna 1862-1918), figlio di un orafo e incisore e di una cantante lirica, indubbiamente figlio d’arte. Klimt artista dall’animo sensibile, dalla soave sensualità che traspare dai suoi dipinti. Nel 1902 realizza per il palazzo della Secessione un fregio di ventiquattro metri ispirato alla Nona Sinfonia di Beethoven che evoca il tema allegorico della vittoria dell’arte sulle avversità. Klimt che a un gusto Art Nouveu per la decorazione unisce l’interesse per una rappresentazione fortemente simbolica, con richiami anche ai preraffaelliti e alla pittura di Gustave Moreau; lavora con colori scintillanti, quali oro, argento, materiali propri delle arti applicate.

Agli inzi del ‘900 cade in un periodo di crisi artistica e psicologica che lo porta ad un rinnovamento del suo linguaggio,d’ora in poi aperto principalmente alle possibilità espressive del colore, come si può vedere dal suo capolavoro Le tre età, 1905, oggi ne La Galleria Nazionale a Roma. Il dinamismo e i contrasti cromatici dei dipinti di questo periodo denunciano una chiara anticipazione delle correnti espressioniste e il rapporto con i due maggiori esponenti austriaci del movimento, Egon Schiele e Oskar Kokoschka. 

imagesLe tre età è sicuramente il dipinto più noto di Gustav Klimt (insieme a Il Bacio); opera della piena maturità dell’artista fu presentata nel 1911 all’Esposizione Internazionale di Belle Arti di Roma, dove vinse la medaglia d’oro e fu acquistata dallo Stato italiano (oggi Galleria Nazionale, Roma). Prendendo spunto dalla culturale dell’Art Nouveau, Gustav Klimt mostra di preferire uno stile lineare e fortemente decorativo, all’interno di una pittura sensuale e ricercata. I soggetti delle sue opere si arricchiscono di valenze simboliche e notazioni realistiche che scandalizzarono la sensibilità dei suoi contemporanei. I cicli della natura, la vita, l’invecchiamento, la morte e i suoi misteri furono i tempi più cari all’artista, che non cessò mai di esplorarli nella sua pittura.

Il dipinto si presenta assai evocativo nelle immagini: raffigura le tre età della donna, simboleggiate dai corpi nudi di una bambina, di una giovane donna e di una vecchia. Su uno sfondo piatto, composto da motivi floreali e ornamentali, si staglia la figura di una giovane madre, con gli occhi chiusi e il volto rivolto verso lo spettatore. Ha la carnagione chiara, le guance lievemente arrossate e lunghi capelli biondi. Un stoffa leggera e colorata avvolge i due giovani corpi, esili ma eleganti, definiti da leggerissimi contorni. A questa immagine leggera e delicata va a contrapporsi quella della rappresentazione cruda e realistica del corpo della donna anziana, di profilo. L’anziana signora raffigura la terza età e nasconde il volto con la mano in segno di disperazione; ha i capelli grigi e ondulati, il corpo flaccido, il ventre gonfio, le mani rugose e la pelle opaca: rappresenta con naturalismo la vecchiaia. Il dipinto stabilisce un confronto immediato e violento tra la freschezza della pelle della giovane e quella della donna anziana, avvizzita e segnata dalle offese del tempo. Lo spazio, in accordo con gli ideali formale dell’Art Nouveau, è bidimensionale. senza alcun riferimento alla tridimensionalità. Lo sfondo del dipinto, decorato con motivi ornamentali di piccole dimensioni, ripetitivi e di colore intenso, ricorda la tecnica del mosaico, molto utilizzata dagli artisti della Secessione. Predominano le tonalità accese, mentre l’inserimento dell’oro porta la scena al di fuori della realtà, in un contesto del tutto astratto, in un’atmosfera sacra e fantastica: la dimensione stessa dell’artista.

Le tre età è una delle pochissime opere di Klimt presenti in Italia.

Come sosteneva Giulio Carlo Argan ne L’arte moderna, volume V, in Storia dell’arte classica e italiana, 1980: 

<<Gustav Klimt è un artista estremamente colto e sensibile, raffinato fino alla morbosità…Si direbbe consapevole della lenta, ineluttabile decadenza della società di cui si sente il cantore: la società del vecchio impero austrungarico, che ormai conserva soltanto il ricordo dell’originario prestigio di istituto teocratico.  Klimt sente profondamente il fascino di questo tramonto storico; associa l’idea dell’arte, e del bello, a quella della decadenza, del dissolvimento del tutto, del precario sopravvivere della forma alla fine della sostanza. Il suo pensiero va all’arte bizantina, splendida ed esangue, in cui si riflette un analogo processo storico: il declino di un impero teocratico, la sopravvivenza della forma estetica alla morte storica. In una profusione, di ornati simbolici, ma del cui significato s’è perduta anche la memoria, sviluppa i ritmi melodici di un linearismo che finisce sempre per ritornare al punto di partenza e chiudersi su se stesso, e li accompagna con le malinconiche armonie dei suoi colori spenti, con bagliori d’oro, d’argento, di smalto. Vivendo con estrema sensibilità quella situazione tipicamente austriaca Klimt tocca quasi senza volerlo il punto nevralgico di una situazione ben più vasta, europea: l’arte è il prodotto di una civiltà ormai estinta, nella nuova civiltà industriale non può sopravvivere che come ombra o ricordo di se stessa.>>

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Marina e Ulay un amore spinto oltre ogni limite

 

È in Olanda, ad Amsterdam, che la giovane Marina Abramovìc negli anni ’70 si rifugia scappando dalla Jugoslavia e dal regime di Tito. È già un’artista e in questa terra esplora la performance, oltre i limiti del corpo e della natura, trasformando se stessa in un’opera d’arte. Nel 1976 il destino le pone davanti Ulay, un artista tedesco geniale e stravagante, con il quale a prima vesta scatta un’intesa devastante non solo artistica ma soprattutto amorosa. Marina lo colpisce per la sua energia positiva, Ulay colpisce lei per la sua unicità, come quella barba e quei capelli lunghi che portava soltanto da un lato del viso.

Anime complementari, destinate a trovarsi e non lasciarsi mai: ecco come vivono i primi anni insieme. Il loro amore generava forza creativa, gli artisti eseguono performance estreme si fanno chiamare The Other. Diventano sempre più conosciuti al pubblico e il loro amore resiste al limite estremo a cui si sottopongono. Vivono come nomadi in giro per il mondo su di un camper, si fissano nudi uno davanti all’altro all’ingresso di una galleria d’arte di Bologna, legano i loro capelli in un unico dread e respirano la stessa aria fino a finire l’ossigeno e svenire. In ogni azione compiuta, Marina e Ulay si sono sempre appoggiati, hanno agito all’unisono rimanendo anche immobili e legati per un giorno intero. Conoscevano benissimo l’anima e il corpo l’uno dell’altro, sembravano essere quasi una cosa sola. Non è difficile immaginare come questo amore vissuto oltre ogni limite si sia consumato.

“Tutti pensavano a noi come una coppia perfetta, in realtà lui non era per niente soddisfatto.
Più miglioravano le nostre performance, più peggiorava la nostra relazione in privato. In seguito i suoi interessi iniziarono ad essere diversi dai miei, lui voleva godersi la vita, beveva e si drogava. Poi diventò infedele e questo mi fece soffrire molto.”

Quando la coppia ha capito di aver raggiunto il massimo e di non aver più nulla da poter vivere insieme è il 1988. Dopo dodici anni di legame indissolubile, vissuto per l’arte e in pubblico, non resta che chiudere il sipario con un finale adeguato. La stravagante coppia sceglie la muraglia cinese ed un’ultima performance per dirsi addio: The Lovers.  Partiti da lati opposti trascorrono 2.500 chilometri per incontrarsi finalmente nel centro, dopo tre mesi di cammino, abbracciarsi e dirsi addio. Arrivati l’uno difronte all’altra Ulay confessa a Marina di aver incontrato durante il viaggio un’interprete e di essere il padre di suo figlio. Sembra tutto surreale, da copione di un film, invece sembra essere il finale tragi-comico perfetto per due che hanno vissuto di performance. Marina trattiene a stento le lacrime, ma è una donna forte e determinata, gira le spalle dicendo soltanto « io me ne vado » separandosi definitivamente dal suo compagno di vita e da tutto ciò che è stato. La loro storia è finita come era iniziata, in un battito di ciglia.

« Non avevo mai avuto un rapporto con una donna che arrivasse a quel grado di simbiosi.
E dopo dodici anni non ne potevamo più. »

Nei successivi vent’anni Ulay si è sposato con l’interprete, Marina ha scelto il suo lavoro diventando sempre più popolare, la madre e la regina delle performance. Hanno vissuto vite meravigliose, separati, senza mai più incontrarsi. Nessun ripensamento da quel fatidico momento in Cina.

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« Siamo stati monogami fino ad un certo punto, quando la solidità di quell’ideologia iniziò a crollare, a disgregarsi. »

Siamo nel 2010 e al MoMa di New York l’Abramovìc inaugura una nuova performance, The Artist is present. Bellissima e maestosa Marina siede al centro della sala, con un lungo abito rosso. Difronte a lei un piccolo tavolo ed una sedia su cui, per 60 secondi, uno alla volta gli spettatori possono sedersi e osservarla negli occhi. Da questa performance entrambi ne usciranno diversi. Si susseguono davanti a lei persone e storie diverse. Ognuno ha una reazione : qualcuno è imbarazzato, qualcun altro solo curioso, chi imperterrito ride, chi piange. E poi dalla folla arriva  lui, Ulay. Elegante ed invecchiato, visibilmente provato ed emozionato. Si siede davanti a Marina, la quale dopo aver aperto gli occhi non riesce a nascondere la sorpresa. Come un turbine di emozioni, un fiume in piena, si apre un sorriso sul viso di entrambi e lacrime di affetto e commozione. Ulay con il quale non si vedevano da 30 anni, è seduto proprio davanti a lei. Si prendono per mano e con un solo sguardo si dicono tutto quello che non si sono mai detti in tutti questi anni. Un amore coinvolgente, un affetto profondo, che non si può dimenticare.

Dora Maar la farfalla in trappola di Picasso

Immaginatevi il grande pittore Pablo Picasso all’apice del successo, noto amante delle donne, incontrare sul suo cammino al tavolino di un bar una donna appena ventinovenne, mora e dagli occhi come il ghiaccio, dall’anima spagnola, con la voglia di conoscerlo.
È così che si accende una passione dirompente, con un solo sguardo, tra Picasso e Dora Maar, o meglio Theodora Markovìc.

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Come i migliori amori che nascono d’estate, i due si frequentano sulle spiagge della Costa Azzurra, insieme agli amici Paul Eluard e Brassaii. Picasso è attratto da questa giovane pittrice e fotografa e le confessa da subito le sue intenzioni: lui è già sposato, ha anche un’amante e una figlia, non può abbandonare le sue donne ma vorrebbe possedere anche Dora, con cui da subito ha un’intesa non solo fisica ma soprattutto intellettuale.
Dora accetta senza ripensamenti questa situazione. Conosce perfettamente Picasso l’artista, la sua figura affascinante di un Don Giovanni, il suo spirito libero, il genio, il vincitore in ogni campo. Non osa, ostacolare in alcun modo la sua personalità dirompente.

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Dora è una donna indipendente, arriva a Parigi per seguire il suo sogno: diventare una fotografa. Realizza immagini surrealiste, pubblicità, collage, espone anche con il gruppo. Le sue sono foto di strada, di realtà quotidiana, come la vita dei bambini che giocano, di barboni, ciechi, ladruncoli e poveri. È un’artista molto creativa. Si adegua ai lavori che riesce ad ottenere, realizzando anche fotografie di moda e di nudi.  Picasso, la convince ad abbandonare questa grande passione, per dedicarsi alla pittura, ciò che lui amava.

È questo che faceva Picasso, plasmare le donne a suo piacimento, convincerle di qualsiasi cosa.

Picasso non concede il divorzio a sua moglie Olga , ballerina ucraina dalla quale ebbe un figlio dopo 3 anni d’amore, Paulo. Picasso sposò Olga e tutte le amicizie che ruotavano attorno a lei, artisti, costumisti, scenografi. È un mondo che aveva affascinato Picasso, dandogli nuovi spunti e nuovi lavori.
Ma egli non è fedele, non è nella sua natura. Frequenta anche Marie Therese, una ragazza di 17 anni. Olga lo scopre e va su tutte le furie, vuole il divorzio, ma Picasso non ha intenzione di donarle la libertà e i suoi soldi. Marie Therese è alta, bionda, bellissima, ed è giovane e basta poco all’artista per sottometterla e dominare questa relazione. Diventa una madre, dà alla luce Maya, e Pablo le rilega in una casa fuori città.

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Con Dora gli anni più felici passati insieme sono stati quelli di Guernica, quando Pablo chiede, anzi obbliga, la fotografa a rimanere nel suo studio e immortalare tutta la realizzazione della maestosa tela. È grazie a Dora Maar e ai suoi meravigliosi scatti che abbiamo testimonianza di come nasce il grande capolavoro di Picasso. Un’opera maestosa, che parte dal colore bianco fino a diventare nera, oscura.

Durante la realizzazione, in quei momenti di concentrazione, nello studio entra un giorno Marie Therese a inizia a litigare pesantemente con Dora scacciandola dalla stanza.
Picasso è in estasi: due donne che lo contendono davanti a Guernica!  

“Non è un uomo, è una malattia”

Dora dopo 7 anni di relazione stanca Pablo, il quale inizia a rivolgere le sue attenzioni altrove. Continua però ad essere una musa, un’ispirazione per lui ed è sempre presente nei dipinti di Picasso: Dora è la donna che piange, la donna con in viso una farfalla, in gabbia, che non può volare. Picasso la raffigura con piccoli cappelli che significavano “pazzia”. È così che il pittore iniziava a vedere Dora, come una donna gelosa, che si struggeva per amore, intrappolata in questa relazione dalla quale non uscirà illesa. Da lei non ebbe figli, dunque abbandonarla non era difficile. Nel 1945 Picasso lascia la Maar per una pittrice più giovane Francoise Gilot e insiste per far conoscere le due donne affinchè Dora si renda conto della situazione.

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Per Dora è la fine, inizia la disperazione.

Picasso ha voltato realmente pagina e ha dalla giovanissima compagna altri due figli: Claude e Paloma. Dora perde la testa, viene trovata nuda davanti casa. Viene presa in cura per 2 anni da uno psichiatra che la sottopone ad un terribile elettroshock. Evita la camicia di forza seguendo la strada della religione, “dopo Picasso solo Dio” avrebbe detto in quel momento.

Dora Maar riprende a dipingere, abbandona la fotografia, ma si avvicina alla pittura, come le aveva suggerito Picasso. Muore da sola, nel ricovero che la aveva ospitata, e tutto il suo patrimonio e le sue opere vengono messe all’asta.

#ARTeLOVE

Il Compleanno (d’amore) di Marc Chagall

 

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Marc Chagall e i suoi dipinti quasi surreali.

Le sue tele sembrano essere prive di forza di gravità: persone, sedie, fiori, animali galleggiano nello spazio fino a trovare una loro perfetta collocazione. Il suo è un mondo quasi fiabesco, magico, come se fosse visto sempre dagli occhi di un bambino. La sua infanzia in Russia,l’amore incondizionato per Bella, la religione ebraica, la voglia di trovare una straordinarietà nell’ordinario fanno di Marc Chagall uno dei pittori più singolari del ‘900.

Se creo qualcosa usando il cuore, molto facilmente funzionerà, se uso la testa sarà molto difficile” 

Forse il dipinto che rispecchia al meglio il suo modo di essere e l’empatia che ha nei confronti dell’amore in generale, prima che per sua moglie, è Il compleanno, 1915 (MoMa): la tenerezza di un sentimento vissuto giorno per giorno. E’ proprio Bella Rosenfield a raccontare com’è nato il dipinto: è il giorno del compleanno di Marc e lei sta tornando a casa con mazzolini di fiori per celebrare la festa dell’amato. Lui, vedendola in quel delicato atto d’amore smette di dipingere, le si avvicina silenziosamente e la bacia, sussurrandole “fuori il cielo ci chiama“. E’ la testimonianza di una passione, di un rispetto reciproco, genuino e tenero radicato indissolubilmente nell’anima per anni.

Ci troviamo immersi in una stanza dalle pareti bianche e dal pavimento rosso, risalta subito all’occhio la coperta dai colori vivaci sul letto, una finestra con le tende bianche si affaccia su una delle strade della città e sul tavolo un borsellino, un coltello che taglia una torta, oggetti e scenografia di un interno ordinario. Al centro della rappresentazione, però, l’elemento straordinario destinato a restare tale per sempre: i due giovani, lei con un mazzo di fiori in mano, e lui che dolcemente piega la testa per baciarla, entrambi sospesi nell’aria, come se avessero spiccato il volo. Marc è da poco tornato a casa dopo un lungo soggiorno a Parigi, dove ha avuto modo di conoscere i pittori cubisti, dai quali molto probabilmente ha appreso il modo di scomporre le immagini e di creare questa fluidità all’interno della rappresentazione tenendo poco conto delle regole della prospettiva tradizionale, ma soprattutto è entrato in contatto con gli artisti fauves, tra cui Matisse , che gli hanno insegnato a trasmettere le proprie emozioni attraverso l’elemento primario che colpisce lo spettatore: il colore.

Questo quadro rappresenta un momento importante e felice della sua vita: il 1925 è l’anno in cui sposa Bella e da un lieto fine alla loro storia d’amore, si erano conosciuti a San Pietroburgo sei anni prima, tutti e due provengono da famiglie ebree ma questo sembra essere il solo loro punto in comune. Chagall è un pittore squattrinato figlio di un venditore di aringhe e di sicuro non è un buon partito per una ricca studentessa erede di proprietari di lussuose oreficerie in città, ma dal loro primo incontro scatta la scintilla che porterà ad un vero e proprio focolare destinato a non spegnersi mai. Ancora non lo sanno che il loro futuro, il loro mondo purtroppo si dipingerà di tinte scurissime a causa dell’avvento del nazismo. Finiranno esuli in Francia e poi negli Stati Uniti, ma resteranno per sempre insieme, straordinariamente sospesi dal mondo circostante per distaccarsi dalle brutture della vita.

L’amore surrealista di Alberto Giacometti

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Alberto Giacometti nasce a Borgonovo in Val Bregaglia, nella Svizzera Italiana, nel 1901. Fin da bambino viene influenzato in campo artistico dal padre, Giovanni Giacometti pittore post-impressionista, poi grazie ad un soggiorno a Parigi, nel 1929, ha modo di avvicinarsi all’ambiente Surrealista dove stringe un forte legame di amicizia con Juan Mirò, Hans Arp, Max Ernest ed è in questo periodo che sente di esprimere al meglio la propria personalità attraverso la creazione di oggetti-surrealisti a funzionamento simbolico, perlopiù concentrati sulle pulsioni che si vengono a creare tra la sfera maschile e quella femminile. Le sculture surrealiste degli anni ’30 sono intrise di sentimento, allusioni a parti anatomiche, pulsioni sessuali messe in relazione con le strutture geometriche e lineari in cui vengono inserite, come ne La sfera sospesa (L’ora delle tracce), 1930, Zurigo, Kunsthaus, dove dentro una gabbia di metallo vi è una sfera di legno che ricorda il solco femmineo, la quale oscilla in un movimento pendolare e ripetitivo su una mezzaluna (allusione all’organo maschile) senza però mai sfiorarla, perpetuando la frustrazione del desiderio sessuale.

L’aggressività implicita nell’erotismo delle sue sculture/oggetti surrealisti si riscontra in particolare ne Il palazzo alle 4 del mattino, 1932,  MoMa NY, dove l’artista si lascia trasportare dalla sua onirica visionarietà, intrecciando violenza e ambiguo erotismo.  Il palazzo di Giacometti è la testimonianza della sua anima tormentata, del suo amore per l’amore in generale e per Annette, che poi diventerà sua moglie. Il palazzo di Giacometti rappresenta il mondo visto dagli occhi di un uomo fragile e sensibile che cerca di aggrapparsi a sentimenti positivi anche se quasi invisibili per quanto intensi. Il palazzo di Giacometti racconta la donna e l’amore vissuto dagli artisti surrealisti: pensato, consumato, celebrato.

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Costruivamo un palazzo fantastico nella notte. I giorni e le notti avevano lo stesso colore, come se tutto succedesse a ridosso del primo mattino, in questo periodo non ho mai visto il Sole. Costruivamo un palazzo molto fragile di fiammiferi, al minimo movimento falso tutta una parte della minuscola costruzione crollava: e noi la ricominciavamo sempre.” Alberto Giacometti, Palazzo alle 4 del mattino

L’amore surrealista” di Giacometti, che si legge tra le righe delle sue immagini/sculture esistenzialiste di questo periodo, è uno degli insegnamenti più grandi che la sua sensibilità ha lasciato al mondo intero.

L’amore segreto di Amedeo Modigliani

Del leggendario Amedeo Modigliani, quel genio maledetto, bohémien di Montparnasse,
conosciamo la storia d’amore con la studentessa d’arte Jeanne Hèbuterne,  musa preferita dei suoi ultimi dipinti, passata alla storia perché diede alla luce la loro figlia Jeanne Modigliani e soprattutto perché si suicidò, di nuovo incinta, il giorno dopo la morte di Amedeo nel 1920.
Su questa storia coinvolgente e dal finale  tragico  è stato girato anche un film,  “I Colori dell’anima” nel 2004 con Andy Garcìa, che ha riscosso non poco successo.

Ma prima di Jeanne, prima del 1917, Amedeo fu travolto da un amore impossibile e tormentato che rimase nascosto …
Era la primavera del 1910  in una Parigi piena di vita, calamita per i talenti di tutto il mondo. Era la Parigi del Balletto Russo, dei Giardini di Lussemburgo, e del quartiere degli artisti di Montparnasse!
Amedeo si era trasferito lì lasciando la sua Livorno per vivere della sua unica ossessione: l’arte. Come molti artisti dell’epoca non aveva soldi e passava le giornate ubriaco, eccedendo con alcool e hashish nei caffè della città. In quegli anni oltre alla pittura si dedicava anche alla scultura, ed era in cerca di mercanti d’arte che comprassero le sue opere e che lo facessero esporre.

Nel solito caffè un giorno di fine primavera, mentre era intento in una discussione con Andrè Derain, ecco che all’improvviso… venne rapito dal volto di una donna. Da subito le sembrò una donna insolita per quelle parti, una straniera. Mollò tutto e le si avvicinò, sedendosi di fronte.  Era Anna Achmatova, futura poetessa russa, durante il suo viaggio di nozze con il poeta Nikolaj Gumilev.
Anche la poetessa rimase incantata da subito, da quell’uomo “col foulard rosso” che le decantava versi di Leopardi, in una lingua a lei estranea.


Quello fu il loro primo incontro, interrotto dal ritorno a Pietroburgo dei novelli sposi, che già litigavano. Gumilev aveva capito che tra i due c’era stato qualcosa per un attimo, e considerava quell’italiano “un mostro ubriaco“.

L’amore tra i due si consumò quell’estate, quando Anna scelse di ritornare a Parigi, da sola. Un amore passionale e travolgente, costretto a rimanere nascosto perchè Parigi era piena di poeti russi che conoscevano Gumilev!

Modigliani amava passeggiare di notte per le vie di Parigi, e sentendo i suoi passi nel silenzio della strada, mi avvicinavo alla finestra e attraverso le persiane seguivo la sua ombra, che indugiava sotto la mia finestra.

Fu un amore fatto di vagabondaggi notturni, di versi decantati in una lingua straniera, di lunghe attese davanti alla finestra, di ritratti e disegni. Modigliani dipinse Anna in ogni posizione, la faceva anche appendere come una acrobata e ne disegnava il profilo, affascinato dal suo collo allungato. Le sculture di questi anni, hanno tutte il viso e la frangetta di Anna. Le regalò 16 disegni, chiedendole di appenderli  nella sua camera, ma di questi se ne salvò solo uno…Anna doveva nascondere tutte le tracce!

Anna tornò alla sua vita a Pietroburgo dopo quell’estate, abbandonata da Modigliani alla stazione.
Per Amedeo iniziò un periodo felice, finalmente i guadagni, le esposizioni e una nuova storia d’amore, con Beatrice e, poi nel 1917con Jeanne. Appena raggiunta la felicità, in attesa del suo secondo figlio, morì di tubercolosi una notte, abbandonato su una panchina sotto la pioggia.
Quando Anna scoprì di essere incinta decise di partire per l’Italia, proprio il paese di Amedeo, che non dimenticò mai nella sua lunga vita. Riuscì col tempo a rincuorarsi per le mancate lettere che non le arrivarono mai, per il silenzio di Amedeo e a lui, si disse “dolorosamente grata”.

Lo sogno più di rado adesso, grazie a Dio,
ho smesso di vederlo dappertutto…

 

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