Archipittura nelle tracce di Marco Tamburro

Arte e architettura possono convivere perfettamente, anche oggi, attraverso un linguaggio contemporaneo. Testimonianza sono le opere dell’artista Marco Tamburro realizzate per gli spazi di Casal Palocco e mostrate gratuitamente al pubblico per 4 giorni, dal 6 al 9 ottobre. L’iniziativa è promossa da Kill The PigCarlo Vignapiano ed Elena Nicolini- in collaborazione con Gravity Studio -Arc.Arianna Saveri e Arch. Stefano Lattanzio- e mira a rivitalizzare spazi urbani con l’arte contemporanea.

L’artista perugino Marco Tamburro (classe 1974) lascia le proprie tracce sulla facciata principale di Villa Vara, Viale Alessandro Magno, storica villa degli anni ’70 dell’Architetto Saverio Busiri Vici. Grazie all’arte uno spazio periferico e dimenticato si trasforma in un museo a cielo aperto temporaneo: è questo da sempre l’obiettivo delle iniziative di Tracce Temporanee. Le enormi campiture di colore dell’artista e il suo linguaggio fortemente espressivo, sembrano trovare perfettamente il proprio posto sulle pareti di Roma dialogando naturalmente con lo spazio circostante. Ogni parete, ogni luogo abbandonato diventa una tela bianca da utilizzare. L’arte dona nuova vita e restituisce al pubblico quella bellezza che è stata sottratta al luogo.

Salvaguardare l’arte, salvaguardare i luoghi e la natura. A questo mira Kill the Pig, a scuotere soprattutto il pubblico per non dimenticare la bellezza che ci circonda. Tamburro diventa così l’artista perfetto per esprimere questo messaggio, lui che nelle proprie opere ha avvertito come i ritmi frenetici, la quotidianità spesso hanno smaterializzato l’identità dei suoi personaggi, non più uomini ma macchine.

Riappropriamoci dunque dell’umanità, di quella sensibilità che ci appartiene e ci serve. L’arte è l’unica strada possibile.

Info utili:
06 OTTOBRE 2016 – 09 OTTOBRE 2016
FREE OPENING

VERNISSAGE Giovedì, 06 Ottobre 2016 – h 18:00
Villa Vara_Viale Alessandro Magno, 311
Casal Palocco (RM)

Art e Dettaglio

Georges de la Tour, una Metterza seicentesca

Con l’immagine delle Tre Madri, affresco nella nicchia del presbiterio  di Santa Maria Antiqua nei fori Romani, si ha la prima attestazione del culto, in Occidente, dei genitori di Maria la cui storia ci è pervenuta unicamente dai Vangeli Apocrifi. In essa Maria è raffigurata giovanissima con in grembo il Bambino, seduta dentro una mandorla, ai fianchi in piedi S. Anna con in braccio Maria bambina, e S. Elisabetta con S. Giovannino. Anna, a sinistra, è vestita con il consueto possente manto rosso, ha il volto maturo, e regge in braccio la bambina, fissando dritta verso lo spettatore. Questo tipo iconografico in cui la Madre reca in braccio la Vergine infante, è considerato molto antico e anche raro.  L’immagine sdoppiata di S.Maria Antiqua, dove è presente sia Anna che regge la Bambina che la Vergine adulta con in braccio il figlio, si fonde in un’unica figurazione nel corso del Medioevo: la “Metterza.

Il termine deriva dal volgare medievale fiorentino e si riferisce a Sant’Anna che “si mette per terza” nella gerarchia della famiglia divina, in una posizione di maggior risalto, a mo’ di protezione, accanto a Maria e a Cristo. Le prime Sant’Anne trinitarie medievali sono contraddistinte da una rigidità formale, sono frontali, statiche, e disposte in verticale, ad evidenziare la linea genealogica femminile di Cristo. Il modello iconografico avrà molta fortuna, ripetendosi nel corso dei secoli e arricchendosi di nuovi significati simbolici.

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Il pittore francese Georges de la Tour (1593 – 1652) dipinge, nel 1645 circa, una scena notturna avvolta nel mistero: “il neonato” di Rennes. Protagonisti sono una donna con una candela in mano, dalla quale proviene l’unica fonte di luce naturale, che aiuta ed assiste una fanciulla, dalle sembianze molto più delicate, con un bambino in fasce. Le figure fuoriescono dalla profondità dello sfondo, la scena così intima e privata sembra quasi assumere una valenza sacrale. Il dipinto si rivolge e coinvolge direttamente lo spettatore, intruso all’interno di questa scena, ma che ne viene subito coinvolto. Dalla struttura compositiva, sembra quasi una Metterza “moderna”, i protagonisti della scena potrebbero essere Sant’Anna, Maria e il Bambino Gesù. Se questa composizione, viene poi confrontata con un’opera di poco successiva sempre dello stesso autore, L’educazione della Vergine, oggi al Louvre, del 1647, la trinità terrena viene confermata.

Georges_de_La_Tour_L'Education_de_la_Vierge_The_Frick_Collection.jpg             L’immagine è praticamente la stessa, soltanto le figure femminili sono state invertite. La bambina è Maria, stagliata di profilo dalla medesima scenografia notturna, ha la mano che scherma la candela, nella stessa posizione del dipinto precedente. La luce, elemento fondamentale dal retaggio caravaggesco, evidenzia il libro aperto, punto focale della composizione, al centro. Inoltre dà vita, proiettando al muro la sua ombra, ad un oggetto rilegato in secondo piano, un cesto di vimini, unico prodotto dell’ambientazione, emblema simbolico della dimensione domestica e del mistero dell’incarnazione del Verbo. Il libro affiora dal buio leggermente inclinato, per favorire la lettura della bambina, sorretto dalla donna che inevitabilmente è Anna, vestita con il consueto abito rosso. È proprio sul libro che convergono gli sguardi di entrambi i personaggi. L’atmosfera sacra, intima, silenziosa che si percepisce, è ancora un segno che ci fa pensare alla sacra famiglia, qui al femminile.

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Lo sguardo sul mondo di Luigi Ghirri

Luigi Ghirri nasce nel 1943, in un paesino in provincia di Reggio Emilia. Inizia ad appassionarsi alla fotografia negli anni ’70, fino a farla diventare un modo per avere nuovi occhi con cui guardare il mondo. Intendere la vita come uno dei viaggi più belli che un uomo possa fare: è questo quello che traspare dalle immagini che ferma nel tempo per sempre. Influenzato sin da giovane dalle pellicole di Fellini, Antonioni o Zavattini, tenta di ampliare la propria visione della prospettiva fotografica per guardare dentro, ma soprattutto, oltre le cose. Per Ghirri la fotografia diventa l’unico mezzo di comunicazione che riesca ad esprimere al meglio il proprio modo di intendere le cose del mondo. Come egli stesso ha dichiarato:

“La mia ricerca è la grande avventura dello sguardo e del pensiero. Il viaggio dell’inestricabile geroglifico del reale attraverso carte e mappe che contemporaneamente sono fotografie”

Agli esordi, negli anni ’70, realizza le prime fotografie durante le vacanze estive etichettandole Fotografie del periodo iniziale  in cui è già possibile percepire il seme dei lavori successivi. A parte l’occasione di pochi viaggi in Europa, nella maggior parte dei casi Ghirri viene rapito dalla periferia, dal mondo che lo circonda e che fa parte della sua quotidianità; anche l’assoluta fermezza di voler ritrarre a colori e non in bianco e nero;

“Fotografo a colori perchè il mondo reale non è in bianco e nero”, Ipse dixit.

cerviaMolto interessato alla superficie, la pelle del nucleo del mondo; seguono infatti svariati progetti, come per esempio Colazione sull’erba, un lavoro che si concentra sul rapporto tra natura e artificio attraverso uno sguardo ai giardini condominiali e alle villette unifamiliari della periferia; nel 1973 con la serie Atlante finalmente realizza il suo “viaggio immaginario” tra le pareti di casa, con questo lavoro attraverso l’astrazione della fotografia,le pagine dell’Atlante offrono a chi le guarda la possibilità di addentrarsi in un mondo fantastico: il reale e la sua rappresentazione convenzionale in questo frangente sembrano coincidere, entra in gioco un fattore importante, la fantasia.

L’interesse per il paesaggio, negli anni, cresce sempre di più: indaga i luoghi meno conosciuti della nostra penisola, quelli che sono fuori dalle piste del turismo convenzionale, questo sentimento sembra quasi suggerire la ricerca di una vera identità, sia personale che collettiva. Fotografa margini delle città antiche, paesi senza dignità storica e geografica. Dagli anni ’80 in poi si lascia ispirare completamente da un sentimento che lo spinge a ricercare vedute che diano un vero valore alle proprie immagini, ma soprattutto che facciano riflettere che le osserva. La sua indagine sul paesaggio si fonda con quello per l’architettura; lo studio della luce e del colore diventano elementi sostanziali, che in un certo senso insieme alle inquadrature simmetriche costituiscono la firma insostituibile dell’artista.

“La luce per me è tutto. Attraverso il mio lavoro ho scoperto che esiste comunque un momento particolare in cui attraverso la luce finisce per rivelarsi sulla superficie del mondo anche qualcosa di apparentemente invisibile”

I suoi Viaggi in Italia ebbero molto successo; seguirono svariate personali non solo nel bel Paese ma anche all’estero. Con il passare degli anni il focus della sua ricerca passa dall’indagine sul mondo esteriore a quello interiore. Nasce un nuovo tipo di “viaggio”, quello all’interno della propria esperienza esistenziale. In questa occasione partorisce Paesaggio Italiano, una monografia pubblicata in occasione della mostra tenuta a Reggio Emilia, portata poi a Mantova e all’estero. Ghirri, quindi, si interessa alle assonanze tra il paesaggio esterno e quello interno, visto come luogo dell’interiorità, sostenendo “Questo lavoro sul paesaggio italiano riguarda più la percezione di un luogo che non la sua catalogazione o descrizione, come una geografia sentimentale dove gli itinerari non sono segnati o precisi, ma ubbidiscono agli strani grovigli del vedere”. 

imagesLe sue inquadrature ricordano quelle dei film di Wes Anderson, concepite dall’occhio attento di Ghirri prima che lo stesso Wes Anderson diventasse Wes Anderson. La sua fotografia resterà per sempre testimonianza viva di quell’Italia degli anni ’80, dove tutto sembrava essere così malinconico, a tratti bello e nostalgico, perchè è vero che la bellezza sta nelle cose ordinarie, in questo caso nei luoghi comuni o scontanti; basta solo saperle guardare con gli occhi giusti, occhi capaci di trovare le angolazioni che si incastrano perfettamente a quelle che ognuno di noi ricerca dentro se stesso.

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Grazie a Bulgari il mosaico di Caracalla torna in vita

In seguito alla politica di Dario Franceschini di promuovere attraverso il coinvolgimento dei privati le attività di valorizzazione del nostro patrimonio culturale, la Capitale -con l’ArtBonus– si sta pian piano “restaurando“. Dopo gli interventi di restauro della Fontana di Trevi, il Colosseo e la scalinata di Piazza di Spagna ancora in corso d’opera, è notizia di questi giorni la ripresa di una nuova vita dei Mosaici della palestra delle Terme di Caracalla!

Tornati alla luce e al loro originario splendore dopo circa 40 anni in cui sono stati ricoperti di fango ed erba, i ventagli colorati dopo un anno di preciso lavoro possono essere di nuovo ammirati! Il restauro finanziato dalla casa di moda Bulgari, è stato realizzato da Anna Borzomati e Marina Piranomonte, con un lavoro preciso da certosine!!! Ovviamente Bulgari non ha badato a spese, ben 50mila euro. Mosaici importanti per il colosso di moda, che proprio da questi ha tratto ispirazione per la linea di gioielli “Diva’s Dream”.

Filo conduttore che unisce Bulgari alle Terme di Caracalla è proprio l’amore per il lusso e la bellezza, che questo luogo racchiude. I mosaici policromi ne sono testimonianza visiva. Risalenti al III sec. d.C. e voluti dall’imperatore Caracalla, sono realizzati con marmi provenienti da 4 diverse parti dell’impero. Si compongono del giallo di Tunisia, del porfido egiziano, il Serpentino di Sparta e il Bianco della Grecia.
Immaginate la preziosità e le spese!!!

Babin, amministratore delegato di Bulgari, dopo aver annunciato nuovi lavori di restauro ha dichiarato “Speriamo che il nuovo sindaco prosegua il progetto di Ignazio Marino, che aveva puntato molto sul coinvolgimento dei privati nella tutela del patrimonio di Roma

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Around the world with Kim!

1.jpgPer chi ancora non la conoscesse esiste un talento emergente della fotografia e della creatività che porta il nome di Kim Leuenberger !!!

Anni 22, bionda e con gli occhi di ghiaccio, originaria della Svizzera ma Londinese di adozione. Sta conquistando il cuore di tutti attraverso un’idea semplice ma geniale: le avventure delle sue mini-car in giro per il mondo. Studentessa presso l’University of the Arts of London e amante dei viaggi e della fotografia, Kim ha unito le sue più grandi passioni, lasciandosi ispirare dal paesaggio oltre in finestrino di un treno in corsa e dalla buona musica.

Così è nato “Traveling Cars Adventures” il suo progetto fotografico.

Modellini giocattolo di caravan, macchine da corsa, bus e vespe immortalati nelle loro avventure, situazioni difficili o semplici viaggi, in cui si susseguono sullo sfondo meravigliose città internazionali. Le macchinine di Kim ci portano a Londra, Parigi, nelle spiagge italiane e in giro per le regioni interne. Attraverso i suoi scatti i giocattoli ci raccontano una storia, un paesaggio, una cultura di un popolo, i monumenti che fanno da scenografia. Una storia dentro la storia, come una matrioska che termina con il sorriso dolcissimo di Kim, questa giovane e talentuosa ragazza che ci apre il suo personalissimo mondo.

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Siete curiosi di sapere da dove provengono queste mini-cars? Sono souvenirs di viaggi, di Kim o della sua famiglia, a cui l’artista fa compiere nuovi viaggi e nuove avventure, donandogli decisamente una nuova vita.

Il suo percorso artistico inizia con un colpo di fulmine con una piccola Nikon d3100. Da quel momento Kim non ha più smesso di immortalare la sua vita, tutto ciò che la circonda, i suoi viaggi, i suoi interessi, le storie che incontra lungo il suo cammino di insaziabile viaggiatrice.

Music is my biggest inspiration, I named many of my pictures after songs of my favorite artists

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Impossibile non perdersi nei suoi scatti e non lasciarsi ispirare dalla sua incredibile arte e dalla sua energia! Perciò continuate  a seguire le avventure di Kim e delle sue macchinine, e come l’artista stessa ci dice:

And don’t forget, we are all explorers of this beautiful world!

Luisa Casati la musa che voleva essere un’opera d’arte vivente

I primi anni del Novecento sono stati un periodo frenetico, di forte espansione economica e culturale. Nelle grandi città la classe aristocratica viveva la Belle époque tra piaceri, lusso e feste mondane. In quell’epoca a Milano fra i privilegiati c’è la famiglia Amman, fondatrice dell’Associazione Cotoniera Italiana, che permette all’industria milanese di concorrere con Parigi nell’ambito della moda. Per il prezioso contributo dato, Alberto Amman riceve dal re Umberto I il titolo di conte. La sua primogenita Luisa, nata nel 1881, con la morte improvvisa di entrambi i genitori diventa da adolescente l’ereditiera più ricca d’Italia. Alta, spigolosa, snella, dagli occhi magnetici e il trucco trasgressivo, cresciuta nella noia e nell’agio più totale, tra una partita di tennis e una di equitazione, Luisa Amman diventa ben presto un personaggio eccentrico e caratteristico del tempo. La sua natura stravagante la fa differenziare rispetto a tutte le altre coetanee, già in giovane età, conquistando il titolo di “Femmes Fatales” tra le nobildonne più affascinanti del secolo. Con una visione lungimirante, molto moderna per l’epoca, si taglia i capelli, facendosi la frangia e una tinta a strisce nere, rosse e arancioni, del tutto inusuale per i canoni di bellezza del momento. A soli diciannove anni è già sposa del marchese Casati Stampa e madre di una bambina, Cristina, la sua unica figlia.

I primi vent’anni del Novecento la vedono assoluta protagonista nell’Italia del Nord. L’amore per l’eccesso e l’eccentricità caratterizzano tutta la vita della “Divina Marchesa” e rafforzano il suo ruolo di musa ispiratrice. Durante una battuta di caccia sul Lago Maggiore, passatempo prediletto dal marito, Gabriele D’annunzio la incrocia nel suo cammino e rimane “sbalordito” alla visione di questa “giovane amazzone sottile” dallo sguardo inquieto, capace di domare un cavallo imbizzarrito. La Casati senza alcun problema rompe la convenzione sociale dell’epoca in cui solo gli uomini erano soliti avere delle amanti e, inizia ad avere una e più relazioni extra coniugali, legandosi magneticamente al Vate. Con D’Annunzio condivideva molte passioni, dall’arte, al teatro, alla letteratura, alla vita mondana. Lui la appella Corè come la dea degli Inferi, lei Ariel, lo spirito della Tempesta di Shakespeare. I due amanti, fino alla fine, formano un connubio perfetto di eccesso e trasgressione.

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La musa ispiratrice di inizio Novecento, che voleva essere un’opera d’arte vivente inizia la sua trasformazione, lavorando sulla sua immagine e su ciò che la circonda. I capelli si fanno sempre più corti e di un rosso fuoco, i gioielli più stravaganti diventano immancabili, gli abiti sono o bianchi o neri –altra convenzione che per prima rompe, in un momento in cui il nero era adoperato soltanto per il lutto-.

Conta per lei solo come apparire: la prima, la stravagante, l’unica donna. Usciva di casa accompagnata da serpenti intorno al collo, come fossero un accessorio mondano. Ghepardi e pantere la seguivano al guinzaglio, rigorosamente fatto di diamanti, code di pavone come un cappello, tutto era utilizzato per lanciare una moda e per sbalordire.

Decise di trasformare la vita stessa in un’opera d’arte.

La vita è per lei travestimento e quale città più adatta se non Venezia?! Nella città lagunare acquista il settecentesco palazzo Venier dei Leoni (successivamente acquistato da Peggy Guggenheim) che trasforma in sede di estrose ed indimenticabili feste a cui partecipano artisti e nobili da tutta Europa. Usa Piazza San Marco come sala da ballo personale, girando nuda, accompagnata solo da animali e servitori ricoperti di polvere d’oro, che reggono lumi per illuminarle il cammino. Un’intera piazza cittadina utilizzata per contenere il suo ego.    

La lista degli artisti che frequenta è immensa, molti la chiameranno per ritrarla, altri diventeranno i suoi amanti, per alcuni sarà una semplice ossessione. Amica di Filippo Marinetti viene considerata “la più futurista del mondo”, frequenta anche Balla, Depero e dà vita ad una collezione d’arte molto cospicua per l’epoca. Commissiona a Giovanni Boldini un proprio ritratto, la Casati è inconfondibile, con il suo sguardo magnetico, il look da nobildonna eccentrica e il levriero nero come accompagnatore. Boldini ferma sulla tela –visibile nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma– tutto il suo fascino seducente, innamorandosene perdutamente. Man Ray, immortala il suo sguardo, ma Luisa non riesce a stare ferma, e in tutti gli scatti vengono fuori tre occhi. Queste, diventano le fotografie più famose.

Tra tutti gli artisti che la ritraggono nessuno però riesce a raccontare la sua anima, cosa si nascondesse dietro il trucco, gli abiti e la maschera. La Divina Marchesa rimase per tutti inafferrabile.

Banksy contro tutti a Palazzo Cipolla

Ha fatto da subito scalpore l’annuncio della mostra “Guerra, Capitalismo e Libertà” con 150 opere di Banksy, street artist internazionale e dall’identità ancora ignota, provenienti da collezioni private –e non dalla strada- curata dalla Fondazione Terzo Pilastro e da Museo Fondazione Roma. Adesso che la data d’inaugurazione è arrivata dal 24 maggio fino al 4 settembre non resta che vederla con i nostri occhi, nel centro della Capitale all’interno di Palazzo Cipolla, che di artisti irriverenti ne ha già ospitati; primo fra tutti Andy Warhol, lo scorso anno proprio di questi periodi.

Come Banksy stesso la mostra è sulla bocca di tutti, chiacchierata, criticata, attesa.

Ma si sa Bansky è così: o lo si ama o lo si odia.

Per l’Italia inoltre è una vera e propria prima volta e la street art sta da poco conquistando il cuore della città. Roma si sta colorando in molte zone dismesse, abbattendo piano piano i pregiudizi che derivano da un movimento urbano e popolare: non scarabocchi ma arte che dona nuova vita!

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Le opere esposte, bisogna subito precisare che non sono state “strappate” dai muri ma provengono da collezioni private internazionali e spesso mai esposte fino ad oggi. Sono stampe, sculture, dipinti originali e oggetti. Come la curatrice Francesca Mezzano di 999contemporary ha dichiarato, questa non è una semplice retrospettiva sull’artista ma una mostra no-profit a carattere didattico, soprattutto per bambini e scuole che altrimenti non avrebbero potuto mai vedere un’opera di Banksy. Lo scopo basilare è dunque educare alla street art e all’arte contemporanea ma anche ai tempi affrontati attraverso le immagini irriverenti e sociali dell’artista.

Quelle di Banksy non sono soltanto opere, sono un pugno alla pancia e alla coscienza di molti. Con messaggi semplici e diretti caratterizzati da amaro umorismo mettono in luce le controversie del nostro Sistema e della società contemporanea, aprendo forti riflessioni. Guerra – Capitalismo – Libertà sono proprio le tematiche preferite dalla sua bomboletta spray. Opere come Laugh Now But One Day I’ll Be in Charge, (Ridete adesso ma un giorno saremo noi a comandare) scritto su una scimmia e gli adolescenti poliziotti che corrono felici e la forte Kids on Guns Hills in cui, su una montagna di armi di distruzione di massa, due bambini si osservano con un palloncini e un orsacchiotto, tenendo stretta la loro innocenza.

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Un’occasione da non perdere, che dobbiamo a noi stessi e alla nostra anima.

Alejandra Schettino
Art e Dettaglio